PENSIONI

Riforma pensioni 64-71 anni misti 2026: cosa cambia

riforma pensioni 64 71 anni misti 2026

Il Governo sta studiando una riforma pensioni 64-71 anni misti 2026 che potrebbe cambiare le carte in tavola per centinaia di migliaia di lavoratori italiani vicini all’età della pensione. L’ipotesi sul tavolo del MEF estenderebbe anche ai lavoratori “misti” la possibilità di scegliere il calcolo interamente contributivo, sbloccando un’uscita flessibile tra i 64 e i 71 anni.

La riforma pensioni 64-71 anni misti 2026 è un’ipotesi allo studio del Governo che permetterebbe ai lavoratori con contributi versati sia prima sia dopo il 1996 di optare per il sistema contributivo puro, ottenendo in cambio una finestra di pensionamento flessibile tra 64 e 71 anni di età.

In sintesi

  • Ipotesi, non ancora legge: il MEF starebbe lavorando al dossier in vista della Legge di Bilancio 2027.
  • Chi riguarderebbe: i lavoratori “misti”, cioè chi ha contributi versati sia ante sia post 1° gennaio 1996.
  • Finestra flessibile: uscita possibile da 64 a 71 anni, con assegno ricalcolato col metodo contributivo.
  • Il prezzo: chi sceglie esce prima, ma rinuncia alla quota retributiva, più favorevole.
  • A chi conviene davvero: a chi ha carriere brevi o discontinue, meno a chi ha 20+ anni di contributi ante 1996.

Cos’è l’ipotesi di riforma pensioni 64-71 anni misti 2026

L’idea allo studio del Ministero dell’Economia parte da un principio semplice. Oggi solo i lavoratori “contributivi puri” (chi ha iniziato a versare dal 1° gennaio 1996 in poi) possono andare in pensione anticipata a 64 anni.

I requisiti attuali per questa categoria sono:

  • Almeno 20 anni di contributi versati.
  • Assegno pari ad almeno 3 volte l’assegno sociale.
  • Età anagrafica minima di 64 anni compiuti.

La riforma in discussione estenderebbe questa porta d’uscita anche ai lavoratori misti. In cambio, però, l’assegno verrebbe calcolato interamente con il metodo contributivo, perdendo la parte retributiva tipicamente più generosa.

Il quadro finanziario è dettagliato nel Documento programmatico di finanza pubblica 2026 del MEF, che ha aperto il confronto sulla flessibilità in uscita come dossier prioritario della prossima manovra.

Chi sono i lavoratori “misti” e perché li riguarda

Un lavoratore è considerato “misto” quando ha contributi versati sia prima sia dopo il 31 dicembre 1995. È la condizione più diffusa tra gli italiani oggi vicini alla pensione.

Si tratta di chi ha iniziato a lavorare negli anni ’80 o ’90 e ha proseguito la carriera dopo il ’96. Per questi lavoratori, oggi, l’assegno viene calcolato con il sistema misto:

  • Una quota retributiva (più favorevole) per gli anni ante 1996.
  • Una quota contributiva per gli anni successivi al 1995.

Secondo l’Osservatorio statistico INPS sulle pensioni, i misti rappresentano oggi la stragrande maggioranza delle nuove liquidazioni: parliamo di milioni di potenziali interessati nei prossimi cinque anni.

Come funzionerebbe l’uscita flessibile tra 64 e 71 anni

Il meccanismo, secondo le bozze circolate, sarebbe articolato in quattro passaggi chiave:

  1. Età minima 64 anni: uscita possibile con almeno 20 anni di contributi e un assegno minimo pari a 3 volte l’assegno sociale (oggi circa 1.620 euro lordi mensili).
  2. Età massima 71 anni: chi non raggiunge i requisiti minimi a 64 anni può continuare a lavorare e accumulare contributi fino al 71° compleanno.
  3. Scelta volontaria: il lavoratore deve esercitare un’opzione esplicita per il contributivo puro, accettando la rinuncia alla quota retributiva.
  4. Calcolo contributivo integrale: l’assegno viene ricalcolato solo sui contributi effettivamente versati, con applicazione dei coefficienti di trasformazione legati all’età di uscita.

Impatto sull’assegno: la penalizzazione contributiva

Qui sta il punto delicato. Scegliere il contributivo puro significherebbe, per molti misti, un assegno mensile più basso rispetto al calcolo misto attuale.

Quanto più basso? Dipende da due fattori principali:

  • Anni di contributi ante 1996: più sono, maggiore è la perdita rispetto al calcolo misto. Per chi ha 20+ anni di contributi pre-1996, la riduzione può superare il 20-25% dell’assegno.
  • Età di uscita: i coefficienti di trasformazione premiano chi esce più tardi. A 64 anni il coefficiente è meno favorevole rispetto ai 67 o 70 anni.

In pratica, la flessibilità si paga. Per un lavoratore con carriera continua e contributi consistenti pre-1996, restare nel sistema misto fino ai 67 anni resterebbe spesso la scelta economicamente migliore.

Per chi ha carriere discontinue, partite IVA o periodi di lavoro autonomo, l’opzione potrebbe invece diventare interessante.

Perché la riforma 64-71 anni interessa chi ha 60-66 anni

La platea principale di questa eventuale riforma è chi oggi si trova in quella fascia d’età critica. Sono lavoratori che hanno iniziato a versare negli anni ’80, oggi a un passo dalla pensione, ma ancora lontani dal traguardo dei 67 anni.

Per loro, oggi, le strade disponibili sono limitate:

  • Pensione anticipata ordinaria: 42 anni e 10 mesi di contributi (uomini), 41 e 10 (donne).
  • Quota 103: con vincoli su importo massimo e finestre lunghe.
  • Opzione Donna: in versione ristretta, solo per categorie specifiche.
  • APE Sociale: riservata a lavori gravosi, disoccupati, caregiver, invalidi.

L’ipotesi 64-71 anni aprirebbe una via in più, basata sull’età anagrafica anziché solo sull’anzianità contributiva. Una flessibilità vera, ma con il costo del ricalcolo contributivo.

I tempi: quando potrebbe arrivare la riforma

Allo stato attuale (maggio 2026) non c’è ancora un disegno di legge ufficiale. Il dossier è nelle mani del MEF e del Ministero del Lavoro.

Una proposta strutturata dovrebbe arrivare in Consiglio dei Ministri tra l’estate e l’autunno 2026, in tempo per la prossima Legge di Bilancio.

Lo scenario più realistico vede un’eventuale entrata in vigore dal 1° gennaio 2027. Ogni decisione, ad oggi, resta condizionata alle coperture finanziarie che il MEF riuscirà a reperire.

Domande frequenti

Chi può andare in pensione a 64 anni nel 2026?

Nel 2026 a 64 anni possono uscire solo i contributivi puri (chi ha iniziato a versare dal 1996 in poi), con almeno 20 anni di contributi e un assegno pari ad almeno 3 volte l’assegno sociale. La riforma in discussione estenderebbe questa possibilità anche ai lavoratori misti.

Quali sono le nuove riforme per andare in pensione nel 2026?

Per il 2026 restano in vigore le misure attuali: pensione di vecchiaia a 67 anni, anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 per le donne), Quota 103, Opzione Donna ristretta, APE Sociale. L’ipotesi 64-71 anni per i misti riguarda l’eventuale manovra 2027.

Quali sono le finestre per la pensione nel 2026?

Le finestre 2026 prevedono 3 mesi per i dipendenti privati e 6 mesi per i pubblici dopo la maturazione dei requisiti, con regole specifiche per Quota 103 e Opzione Donna (finestra estesa fino a 7-9 mesi). Per i requisiti aggiornati consultare il portale INPS.

Cosa cambia nel 2026 per le pensioni anticipate?

Nel 2026 non sono cambiate le età per le anticipate ordinarie. Quota 103 è stata confermata ma con vincoli sull’assegno massimo e finestre più lunghe. La riforma 64-71 anni per i misti, se approvata, partirebbe non prima del 2027.

Salva questo articolo o condividilo con chi sta valutando l’uscita anticipata: è una decisione che vale decine di migliaia di euro nell’arco della vita previdenziale.

Le informazioni pubblicate hanno scopo esclusivamente divulgativo. Per decisioni previdenziali o finanziarie personali, si consiglia di rivolgersi a un CAF, patronato o consulente abilitato.

Fonti ufficiali: MEF — Documento programmatico di finanza pubblica 2026 · INPS — Osservatorio statistico sulle pensioni I trimestre 2026

Le informazioni pubblicate hanno scopo esclusivamente divulgativo. Per decisioni previdenziali o finanziarie personali, si consiglia di rivolgersi a un CAF, patronato o consulente abilitato.